Non tutti sanno che il divorzio fu introdotto in Italia solo nel 1970, e precisamente con L. 1.12.70 n. 898.
Precisamente, così recitava l’Art. 5/4 L. 898/70, nella sua formulazione originaria:

“Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il
tribunale dispone, tenuto conto delle condizioni economiche dei coniugi e delle ragioni della decisione,
l’obbligo per uno dei coniugi di somministrare a favore dell’altro periodicamente un assegno in
proporzione alle proprie sostanze e ai propri redditi. Nella determinazione di tale assegno il giudice tiene
conto del contributo personale ed economico dato da ciascuno dei coniugi alla conduzione familiare ed alla
formazione del patrimonio di entrambi”.
Nel maggio 1974 il diritto al divorzio rischiò di esser perduto, a seguito dell’indizione del referendum
abrogativo: per fortuna, non ostante la forte pressione della Democrazia Cristiana e del Movimento Sociale
Italiano a favore dell’abrogazione della legge, prevalsero i “NO”, per cui la legge rimase in vigore.
La formulazione della norma sull’an e sul quantum debeatur dell’assegno divorzile era comunque equivoca.
Ed infatti, esso aveva natura polifunzionale, riconoscendosi allo stesso natura sia assistenziale, sia risarcitoria,
sia anche compensativa. In giurisprudenza, v. Cassazione civile, sez. I, 07/11/1981, n. 5874, Cassazione
civile, sez. I, 14/07/1983, n. 4834.
Nell’incertezza sulla natura dell’assegno divorzile, maturava l’esigenza di una riscrittura della norma.
Fu così che si fronteggiarono coloro i quali volevano comunque difendere l’ex coniuge debole, e coloro i quali
invece volevano disancorare al matrimonio la sua concezione patrimonialistica.
Va da sé che i primi avrebbero voluto non modificare la norma, e i secondi invece radicalmente trasformarla,
condizionando il diritto all’assegno divorzile alla necessità dello stesso per il mantenimento di un’esistenza
libera e dignitosa.
Si giunge così alla modifica dell’art. 5 della L. 898/70 ad opera della L. 06.03.87 n. 74  che, in parte qua, oggi così recita: “Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l'obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell'altro un assegno quando quest'ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive”.
Solo un occhio distratto non coglie la sostanziale differenza.
Ed infatti, fermi tutti i parametri da seguire (anzi, ora in più è aggiunta, correttamente, la durata del matrimonio), l’assegno si prevede erogando al coniuge “debole” “solo quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive”.
In sostanza, la riforma –come testimoniato dalla Relazione del Sen. Lipari- evidenzia la funzione assistenziale
dell’assegno per il coniuge effettivamente bisognoso, rispetto alle funzioni risarcitoria o compensativa.
Onde il presupposto fondamentale per l’attribuzione dell’assegno ora diventa lo squilibrio reddituale tra i
coniugi, per effetto ed in conseguenza del quale uno di essi, privo di mezzi adeguati al proprio mantenimento,
sia anche nell’impossibilità, transitoria o permanente, di procurarseli.
Rimane però equivoco, in giurisprudenza, il riferimento dei mezzi adeguati: all’analogo tenore di vita
coniugale? O non piuttosto ad un’esistenza libera e dignitosa?
Sulle due tesi, v. in ordine:
In materia di assegno di divorzio, a seguito delle modifiche apportate dall’art. 10 della legge n. 74 del 1987
all’art. 5 della legge n. 898 del 1970, condizione necessaria per affermare il diritto all’assegno, la cui natura
risulta eminentemente assistenziale, è che il coniuge richiedente non abbia propri redditi adeguati, e cioè tali
che gli consentano di mantenere un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio;
pertanto, il giudice del merito, ove accerti l’adeguatezza, come sopra intesa, dei mezzi del richiedente
(comprensivi sia dei redditi, che dei cespiti patrimoniali che non procurano reddito, ma che possono soddisfare
i bisogni del proprietario attraverso la loro alienazione), legittimamente rigetta la richiesta di un assegno, senza
necessità di esaminare gli altri elementi indicati nella norma. Cassazione civile, sez. I, 17/03/1989, n. 1322
A seguito della riforma introdotta dalla l. 6 marzo 1987 n. 74, all’assegno di divorzio è stata riconosciuta dal
legislatore (art. 10 legge cit., che ha modificato l’art. 5 l. 1 dicembre 1970 n. 898) natura eminentemente
assistenziale, per cui ai fini della sua attribuzione assume ora valore decisivo l’autonomia economica del
richiedente, nel senso che l’altro coniuge è tenuto ad aiutarlo solo se egli non sia economicamente indipendente
nei limiti in cui l’aiuto si renda necessario per sopperire alla carenza dei mezzi conseguente alla dissoluzione
del matrimonio, in applicazione del principio di solidarietà postconiugale, che costituisce il fondamento etico e
giuridico dell’attribuzione dell’assegno divorziale. Pertanto, la valutazione relativa all’adeguatezza dei mezzi
economici del richiedente deve essere compiuta con riferimento non al tenore di vita da lui goduto
durante il matrimonio, ma ad un modello di vita economicamente autonomo e dignitoso,
quale, nei casi singoli, configurato dalla coscienza sociale. Cassazione civile, sez. I, 02/03/1990, n. 1652.

CASSAZIONE SS.UU. 11498-11490-11491-11492 del 29.11.90

A risolvere il contrasto tra le sezioni semplici, intervenivano le Sezioni Unite della Cassazione (con le sentenze gemelle emarginate) da un lato riconoscendo, giustamente, la natura assistenziale dell’assegno divorzile. Ma individuando quale parametro di riferimento per l’adeguatezza – inadeguatezza dei mezzi del richiedente il “tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio, o che poteva legittimamente e ragionevolmente fondarsi su aspettative maturate nel corso del matrimonio stesso, fissate al momento del divorzio”.
Quelli di seguito riportati sono i principi di diritto di Cassazione Civile SS.UU. 11490 e 11492/90:
A seguito della disciplina introdotta dall’art. 10 legge 6 marzo 1987 n. 74, modificativo dell’art. 5 legge 1 dicembre 1970 n. 898, l’accertamento del diritto di un coniuge alla somministrazione di un assegno periodico a carico dell’altro va compiuto mediante una duplice indagine, attinente all’an ed al quantum.
Il presupposto per concedere l’assegno è costituito dall’inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente (tenendo conto non solo dei suoi redditi, ma anche dei cespiti patrimoniali e delle altre utilità di cui può disporre) a conservare un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio, senza che sia necessario uno stato di bisogno dell’avente diritto, il quale può essere anche economicamente autosufficiente, rilevando l’apprezzabile deterioramento, in dipendenza del divorzio, delle condizioni economiche del medesimo che, in via di massima, devono essere ripristinate, in modo da ristabilire un certo equilibrio.
L’inadeguatezza dei mezzi dovrà essere valutata anche con riferimento a quelli che possono essere acquisiti attraverso una attività lavorativa, confacente alla qualificazione della persona ed alla sua posizione sociale e di fatto possibile nelle condizioni sia personali (per età e condizioni di salute) che ambientali (per le concrete possibilità offerte dal mercato del lavoro).
La misura concreta dell’assegno – che ha carattere esclusivamente assistenziale – deve essere fissata in base alla valutazione ponderata e bilaterale dei criteri enunciati dalla legge (condizioni dei coniugi, ragioni della decisione, contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, reddito di entrambi, durata del matrimonio) con riguardo al momento della pronuncia di divorzio.
Il giudice, purché ne dia sufficiente giustificazione, non è tenuto ad utilizzare tutti i suddetti criteri, anche in relazione alle deduzioni e richieste delle parti e dovrà valutarne in ogni caso l’influenza sulla misura dell’assegno stesso, che potrà anche essere escluso sulla base dell’incidenza negativa di uno o più di essi.
Se l’assegno di divorzio è richiesto soltanto sulla base del riconoscimento del contributo personale ed economico dato dal coniuge richiedente al patrimonio dell’altro, senza alcun riferimento all’inadeguatezza dei mezzi dello stesso richiedente (nel senso suddetto), l’assegno, avendo natura esclusivamente assistenziale, non potrà essere riconosciuto.

***

In sostanza, trascurandosi il senso della riforma del 1987, l’interpretazione della norma non è stata mai ad oggi favorevole al coniuge onerato dell’assegno, che il S.C. ha sempre riconosciuto sussistente nella misura atta a garantire al coniuge “debole” il tenore di vita coniugale.

CASSAZIONE CIVILE, SEZ. I, 19.03.14 N. 6289 / CASSAZIONE CIVILE, SEZ. I, 03.04.15, N. 6855
Muta però nel tempo il costume sociale: e coi fermi emarginati, essendo oramai generalmente condiviso il significato del matrimonio come atto di libertà e di autoresponsabilità, nonché come luogo degli affetti e di effettiva comunione di vita, ed in quanto tale dissolubile, la Corte di Cassazione si pronuncia nel senso che “Il diritto alla costituzione della famiglia è un diritto fondamentale anche nel contesto costituzionale e sovranazionale della Convenzione Europea per la
salvaguardia dei diritti dell’uomo del 1950 (art. 12), e come tale è riconosciuto anche dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (art. 9), senza che sia possibile considerare il divorzio come limite oltre il quale tale diritto è destinato a degradare al livello di mera scelta individuale non necessaria.
La formazione di una famiglia di fatto da parte del coniuge beneficiario dell’assegno divorzile è espressione di una scelta esistenziale, libera e consapevole; la quale comporta ed esclude ogni residua solidarietà post matrimoniale da parte dell’altro coniuge”.
Ove, a sostegno della richiesta di diminuzione dell’assegno di divorzio, siano allegati sopravvenuti oneri familiari dell’obbligato, il giudice deve verificare se si determini un effettivo depauperamento delle sue sostanze in vista di una rinnovata valutazione comparativa della situazione delle parti, salvo che la complessiva situazione patrimoniale dell’obbligato sia di tale consistenza da rendere irrilevanti i nuovi oneri. (Nella specie la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva correttamente valutato il nuovo matrimonio dell’obbligato e la nascita di un altro figlio
come circostanze giustificative della modifica dell’entità dell’assegno divorzile, in correlazione all’onere, sullo stesso gravante in via esclusiva, di provvedere al mantenimento del figlio nato dal primo matrimonio). Cassazione civile, sez.I, 19/03/2014, n. 6289
“L’instaurazione da parte del coniuge divorziato di una nuova famiglia, ancorché di fatto, rescindendo ogni connessione con il tenore ed il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale, fa venire definitivamente meno ogni presupposto per la riconoscibilità dell’assegno divorzile a carico dell’altro coniuge, sicché il relativo diritto non entra in stato di quiescenza, ma resta definitivamente escluso. Infatti, la formazione di una famiglia di fatto – costituzionalmente tutelata ai sensi dell’art. 2 Cost. come formazione sociale stabile e duratura in cui si svolge la personalità dell’individuo – è espressione di una scelta esistenziale, libera e consapevole, che si caratterizza per l’assunzione piena del rischio di una cessazione del rapporto e, quindi, esclude ogni residua solidarietà post matrimoniale con l’altro coniuge, il quale non può che confidare nell’esonero definitivo da ogni obbligo”.

Cassazione civile, sez. I, 03/04/2015, n. 6855
Il diritto ad una nuova famiglia, pertanto, può comportare queste speculari conseguenze:
 Il divorziato che ha altri figli ha diritto a veder riesaminato, ed eventualmente ridotto, il suo
contributo economico.
 il divorziato che inizia una nuova stabile convivenza perde il diritto all’assegno divorzile.
Il tempo pare quindi maturo per la rivoluzionaria

CORTE DI CASSAZIONE, I SEZ. CIVILE, 10.05.2017 n.11504

Il caso sottoposto all’esame del Supremo Collegio è quello dell’ex Ministro dell’Economia e delle Finanze Vittorio Grilli, già sposato a Lisa Lowenstein. Si conoscono nel 1985 all’Università di Rochester. Sposano nel 1993. Lei, laureata alla London Business School, segue la carriera del marito: nel 1998 ella apre una società di gadget, che va male. Dopo la separazione, nella causa di divorzio la moglie domanda l’assegno, che viene negato dal Tribunale di Milano e dalla Corte di Appello. Donde il ricorso in Cassazione della Lowenstein, che dichiara non poter più mantenere l’elevato tenore di vita coniugale, cui ritiene aver diritto.
Con la innovativa sentenza n. 11504/17 del 10.05.2017, la Suprema Corte di Cassazione rigetta il ricorso, introducendo nuovi parametri per il trattamento economico a favore del coniuge debole, superando l’orientamento consolidato in materia che collegava la misura del contributo in favore del coniuge debole al parametro del tenore di vita matrimoniale.
Il trattamento, che ha natura assistenziale, spetta pertanto in misura che va ragguagliata all’indipendenza o autosufficienza economica dell’ex coniuge che lo richiede.
In sostanza –è il ragionamento del S.C.- una volta passata in giudicato la sentenza di scioglimento del matrimonio (o cessazione degli effetti civili conseguenti alla trascrizione del matrimonio religioso)- il rapporto matrimoniale si estingue definitivamente sul piano
 sia dello status personale dei coniugi, i quali devono perciò considerarsi da allora in poi “persone
singole”,
 sia dei loro rapporti economico-patrimoniali (art. 191, comma 1, c.c.) e, in particolare, del reciproco dovere di assistenza morale e materiale (art. 143, comma 2,c.c.)
Quanto al diritto all’assegno di divorzio, previsto dall’art. 5 comma 6 della legge n. 898 del 1970, esso è condizionato dal previo riconoscimento in base all’accertamento giudiziale della mancanza di “mezzi adeguati” dell’ex coniuge richiedente l’assegno o, comunque, dell’impossibilità dello stesso di “procurarseli per ragioni oggettive”.
La ratio della sopra menzionata disposizione ha fondamento costituzionale nel dovere inderogabile di “solidarietà economica”, il cui adempimento è richiesto ad entrambi gli ex coniugi, quali “persone singole”, a tutela della “persona” economicamente più debole. Sta precisamente in questo duplice fondamento costituzionale sia la qualificazione della natura dell’assegno di divorzio come esclusivamente “assistenziale” in favore dell’ex coniuge economicamente più debole (art. 2 Costituzione); sia la giustificazione della doverosità della sua prestazione (art. 23 Costituzione).
L’orientamento risalente, per cui il diritto all’assegno è condizionato alla possibilità del coniuge c.d. debole di mantenere il tenore di vita coniugale, non è quindi più condivisibile, secondo i giudici della I sezione del S.C.
che hanno deciso il caso c.d. Grilli, per le ragioni che seguono:

a) Il parametro del “tenore di vita” collide con la natura stessa dell’istituto del divorzio e con i suoi effetti giuridici: infatti con la sentenza di divorzio il rapporto matrimoniale si estingue sul piano non solo personale ma anche su quello economico-patrimoniale (a differenza di quanto accade con la separazione personale, che lascia in vigore, seppure in forma attenuata, gli obblighi coniugali di cui all’art. 143 cc);
sicché ogni riferimento a tale rapporto finisce illegittimamente con il ripristinarlo in una indebita
prospettiva di “ultrattività” del vincolo matrimoniale;
b) La scelta di detto parametro non considera che il diritto all’assegno di divorzio è riconosciuto all’ex coniuge richiedente esclusivamente come “persona singola” e non come “parte” di un rapporto matrimoniale, ormai estinto anche sul piano economico-patrimoniale.
c) La “necessaria considerazione” da parte del giudice del divorzio, del preesistente rapporto matrimoniale anche nella sua dimensione economico-patrimoniale è normativamente ed esplicitamente prevista soltanto per l’eventuale fase del giudizio avente ad oggetto la determinazione dell’assegno.
d) Il parametro del “tenore di vita” induce inevitabilmente ad una indebita commistione tra le “due fasi” del giudizio e tra i relativi accertamenti.
In sostanza, la sezione I ha ravvisato che un’interpretazione delle norme sull’assegno divorzile che producano l’effetto di procrastinare a tempo indeterminato il momento della recisione degli effetti economico-patrimoniali del vincolo coniugale, può tradursi in un ostacolo alla costituzione di una nuova famiglia, successivamente alla disgregazione del primo gruppo familiare. E ciò in violazione di un diritto fondamentale dell’individuo che è ricompreso tra quelli riconosciuti dalla CEDU (art. 12) e dalla Carta dei Diritti fondamentali dell’U.E. (art.9)
Ha quindi ritenuto che non sia configurabile un interesse giuridicamente rilevante o protetto dell’ex coniuge a conservare il tenore di vita matrimoniale. L’interesse tutelato con l’attribuzione dell’assegno divorzile non è il riequilibrio delle condizioni economiche degli ex coniugi, ma il raggiungimento della indipendenza economica, in tal
senso dovendo intendersi la funzione esclusivamente assistenziale dell’assegno divorzile.
Tali critiche osservazioni verso il parametro del “tenore di vita” richiedono, pertanto, l’individuazione di un
parametro diverso.
E il parametro di riferimento (cui rapportare il giudizio sull’adeguatezza-inadeguatezza dei mezzi dell’ex coniuge
richiedente l’assegno di divorzio e sulla possibilità-impossibilità per ragioni oggettive dello stesso di procurarseli) va
individuato nel raggiungimento della indipendenza economica del richiedente: se è accertato che quest’ultimo è
“economicamente indipendente” o è effettivamente in grado di esserlo, non deve essergli riconosciuto il relativo
diritto.
 Tale parametro ha una espressa base normativa: infatti esso è tratto dal vigente art. 337-septies, primo
comma, c.c. (ma era già previsto dal primo comma dell’art. 155 quinquies,, inserito dall’art. 1, comma 2,
legge 8.02.2006 n. 54) il quale stabilisce che “il Giudice, valutate le circostanze, può disporre in favore
dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente il pagamento di un assegno periodico”. La
legittimità del richiamo di questo parametro sta nell’analogia legis tra tale disciplina e quella dell’assegno
di divorzio, trattandosi in entrambi i casi di prestazioni economiche regolate nell’ambito del diritto di
famiglia.
 Ancora, il parametro dell’indipendenza economica può essere richiamato ed applicato quale condizione
negativa del diritto all’assegno di divorzio: e ciò per l’effetto della perdita definitiva dello status di
coniuge e dalla mancanza di una garanzia costituzionale specifica volta all’assistenza dell’ex coniuge
come tale.
 Pure al detto fine rileva il principio dell’autoresponsabilità economica, che vale certamente anche per
l’istituto del divorzio. E ciò in quanto esso segue normalmente la separazione personale ed è frutto di
scelte definitive che ineriscono alla dimensione della libertà della persona, ed implicano per ciò stesso
l’accettazione da parte di ciascuno degli ex coniugi delle relative conseguenze anche economiche.
 In questa prospettiva il parametro dell’indipendenza economica è normativamente equivalente a quello di
autosufficienza economica, come è dimostrato dal d.l. 132 del 2014, laddove non consente la
formalizzazione della separazione consensuale o del divorzio congiunto dinanzi all’ufficiale di stato
civile in caso di figli maggiorenni economicamente non autosufficienti.

Ciò premesso, col fermo emarginato la S.C. ha ritenuto che i principali “indici” per accertare la sussistenza, o
meno, della indipendenza economica dell’ex coniuge richiedente l’assegno di divorzio- e quindi l’adeguatezza o
meno dei mezzi- possono essere così individuati:
 Il possesso di redditi di qualsiasi specie;
 La capacità e le possibilità effettive di lavoro personale, in relazione alla salute, età, sesso ed al mercato
del lavoro dipendente o autonomo;
 Il possesso di cespiti patrimoniali immobiliari e mobiliari;
 La stabile disponibilità di una casa di abitazione.
Quanto al regime della prova della non indipendenza economica dell’ex coniuge, allo stesso spetta allegare,
dedurre e dimostrare di non avere i mezzi adeguati e di non poterseli procurare per ragioni oggettive.
Tale onere probatorio presuppone tempestive, rituali e pertinenti allegazioni e deduzioni da parte del medesimo
coniuge, restando fermo, ovviamente, il diritto all’eccezione e alla prova contraria dell’altro.
In conclusione, il Giudice del divorzio, richiesto dell’assegno di cui all’art. 5, comma 6, della legge n. 898 del
1970:
a) Deve verificare, nella fase dell’an debeatur –informata al principio dell’autoresponsabilità economica di
ciascuno degli ex coniugi quali persone singole, ed il cui oggetto è costituito esclusivamente
dall’accertamento volto al riconoscimento, o meno, del diritto all’assegno di divorzio fatto valere dall’ex
coniuge richiedente- se la domanda di quest’ultimo soddisfa le relative condizioni di legge, con esclusivo
riferimento all’indipendenza o autosufficienza economica dello stesso, desunta dai principali indici del
possesso di redditi di qualsiasi specie e/o di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari, delle capacità e
possibilità effettive di lavoro personale, della stabile disponibilità di una casa di abitazione; ciò sulla base
delle pertinenti allegazioni, deduzioni e prove offerte dal richiedente medesimo, sul quale incombe il
corrispondente onere probatorio, fermo il diritto all’eccezione ed alla prova contraria dell’altro ex
coniuge;
b) Deve “ tener conto ”, nella fase del quantum debeatur- informata al principio della solidarietà
economica dell’ex coniuge obbligato alla prestazione dell’assegno nei confronti dell’altro in quanto
“persona” economicamente più debole (artt. 2 e 23 Cost), il cui oggetto è costituito esclusivamente dalla
determinazione dell’assegno, ed alla quale può accedersi soltanto all’esito positivo della prima fase,
conclusasi con il riconoscimento del diritto- di tutti gli elementi indicati dalla norma e valutare tutti i
suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, al fine di determinare in concreto la
misura dell’assegno di divorzio; ciò sulla base delle pertinenti allegazioni, deduzioni e prove offerte,
secondo i normali canoni che disciplinano la distribuzione dell’onere della prova.
In sintesi, la sentenza 11504/17 della sezione I, -consapevolmente e motivatamente contrastando le
conclusioni espresse dalle sezioni unite (sentenze 11490 e 114922 / ’90)-, muta radicalmente
orientamento.
Essa spiega che il contrasto non è con un principio di diritto (altrimenti, avrebbe dovuto rimettere la
decisione del ricorso alle sezioni unite, ex art. 374/3 c.p.c.), ma appunto con l’orientamento derivato dal
mutamento del costume sociale.
Onde va escluso che sia configurabile un interesse giuridicamente rilevante o protetto dell’ex coniuge a
mantenere il tenore di vita coniugale, essendo l’assegno divorzile finalizzato NON al riequilibrio delle
condizioni economiche degli ex coniugi, ma –ove mai necessario, solo- al mantenimento
dell’indipendenza economica da parte del coniuge “debole”, in questa sola ridotta misura limitandosi i
suoi eventuali diritti, stante la funzione esclusivamente assistenziale dell’assegno divorzile.
In sintesi, la concezione patrimonialistica del matrimonio viene meno.
E in ciò non è nessuna offesa al valore dell’attività di quel coniuge che in ipotesi si è molto occupato
della vita sociale dell’altro, limitando i propri impegni lavorativi. Al contrario, proprio perché non vi è
un soggetto debole a prescindere, ma vi sono solo scelte oculate da prendere, è corretto che la Cassazione
dica che il matrimonio di per sé non darà diritto al mantenimento del tenore di vita coniugale anche dopo il divorzio. Per cui, secondo il S.C. della sentenza in commento, è giusto che ogni nubendo –donna o
uomo che sia- sappia, nell’accostarsi al matrimonio, che questo non gli garantirà rendite di posizione, o
condotte parassitarie, potendo appunto il matrimonio presto sciogliersi, senza lasciare al coniuge debole
altro che il diritto ad un’esistenza libera e dignitosa, che appunto consegue alla semplice indipendenza
economica.

Conseguenze della rivoluzionaria sentenza “Grilli”.

A seguito della rivoluzionaria sentenza 11504/17, molti giudici rivedevano criticamente il diritto all’assegno
divorzile.
Spicca per pragmatismo il Tribunale milanese, nel noto fermo di seguito massimato:
Il presupposto giuridico per il riconoscimento dell’assegno di divorzio non è il pregresso tenore di vita
matrimoniale, bensì la “non” indipendenza economica dell’ex coniuge richiedente. Per “indipendenza
economica” deve intendersi la capacità per una determinata persona adulta e sana — tenuto conto del contesto
sociale di inserimento — di provvedere al proprio sostentamento, intesa come capacità di avere risorse
sufficienti per le spese essenziali (vitto, alloggio, esercizio dei diritti fondamentali). Un parametro (non
esclusivo) di riferimento può essere rappresentato dall’ammontare degli introiti che, secondo le leggi dello
Stato, consente (ove non superato) ad un individuo di accedere al patrocinio a spese dello Stato (soglia che, ad
oggi, è di euro 11. 528, 41 annui ossia circa 1000 euro mensili). Ulteriore parametro, per adattare “in concreto”
il concetto di indipendenza, può anche essere il reddito medio percepito nella zona in cui il richiedente vive ed
abita. Tribunale Milano, sez. IX, 22/05/2017
Ma v. anche:
Va accolto il ricorso (di Silvio Berlusconi) per la riforma della sentenza di prime cure che aveva riconosciuto
all’ex coniuge il diritto ad un ingente assegno divorzile (di un milione e quattrocentomila euro mensili),
essendo intervenute nelle more del giudizio le due sentenze Cass. civ. 10 maggio 2017, n. 11504 e 22 giugno
2017, n. 15481: il mutato orientamento in tema di individuazione dei presupposti per il riconoscimento
dell’assegno divorzile, in considerazione dell’autosufficienza economica dell’ex coniuge, può determinare,
sulla base di sopraggiunte valutazioni e motivazioni, la revoca dell’assegno divorzile, nel caso di specie statuita
non già a decorrere dalla domanda, ma dal mese successivo alla pubblicazione della sentenza di scioglimento
del matrimonio. Corte appello Milano, sez. V, 16/11/2017, n. 4793
In tema di divorzio, ai fini dell’applicazione dell’art. 5, comma 6°, della L. n. 898/1970, come sostituito dall’art.
10 della L. n. 74/1987, il parametro di riferimento cui rapportare il giudizio sull’adeguatezza-inadeguatezza»
dei mezzi dell’ex coniuge richiedente l’assegno di divorzio e sulla possibilià-impossibilità per ragioni oggettive
dello stesso di procurarseli va individuato non più nel «tenore di vita avuto in costanza di matrimonio, ma nel
raggiungimento dell’indipendenza economica del richiedente, desunta dai principali indici – salvo altri, rilevanti
nelle singole fattispecie – del possesso di redditi di qualsiasi specie e/o di cespiti patrimoniali mobiliari ed
immobiliari (tenuto conto di tutti gli oneri “lato sensu” imposti e del costo della vita nel luogo di residenza dell’ex coniuge richiedente), delle capacità e possibilità effettive di lavoro personale (in relazione alla salute, all’età, al sesso ed al mercato del lavoro dipendente o autonomo), della stabile disponibilità di una casa di abitazione: se è accertato che il richiedente è economicamente indipendente o è effettivamente in grado di esserlo non deve essergli riconosciuto il relativo diritto. Tribunale Forli, 10/10/2017, n. 959
Coerentemente pure seguivano, della I e della VI sezione, i fermi così massimati:
Il giudice richiesto della revisione dell’assegno divorzile che incida sulla stessa spettanza del relativo diritto
(precedentemente riconosciuto), in ragione della sopravvenienza di giustificati motivi dopo la sentenza che
abbia pronunciato lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, deve verificare se tali
motivi giustifichino, o meno, la negazione del diritto all’assegno a causa della sopraggiunta “indipendenza o
autosufficienza economica” dell’ex coniuge beneficiario, desunta dai seguenti “indici”: possesso di redditi di
qualsiasi specie e/o di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari (tenuto conto di tutti gli oneri “lato sensu”imposti e del costo della vita nel luogo di residenza dell’ex coniuge richiedente), capacità e possibilità effettive
di lavoro personale (in relazione alla salute, all’età, al sesso ed al mercato del lavoro dipendente o autonomo),
stabile disponibilità di una casa di abitazione, nonché eventualmente altri – rilevanti nelle singole fattispecie –
senza, invece, tener conto del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio; il tutto sulla base delle pertinenti
allegazioni, deduzioni e prove offerte dall’ex coniuge obbligato, sul quale incombe il corrispondente onere
probatorio, fermo il diritto all’eccezione ed alla prova contraria dell’ex coniuge beneficiario. Cassa con rinvio,
CORTE D’APPELLO ROMA, 12/11/2015 Cassazione civile, sez. I, 22/06/2017, n. 15481
In tema di determinazione dell’assegno di cui all’art. 5, comma 6, della l. n. 898 del 1970, e succ. modif., non è
il divario tra le condizioni reddituali delle parti al momento del divorzio, né il peggioramento delle condizioni
economiche del coniuge richiedente l’assegno rispetto alla situazione (o al tenore) di vita matrimoniale, che
possono giustificare, di per sé, l’attribuzione dell’assegno, ma la mancanza della ”indipendenza o
autosufficienza economica” del coniuge richiedente. Infatti, nella fase del giudizio concernente l’”an debeatur”
(con la quale in nessun modo può essere confusa la fase del “quantum debeatur”), il coniuge richiedente, per il
principio di autoresponsabilità economica, è tenuto quale “persona singola” a dimostrare la propria personale
condizione di non indipendenza o autosufficienza economica, sulla base degli “indici” orientativi – salvo altri,
rilevanti nelle singole fattispecie – del possesso di redditi di qualsiasi specie e/o di cespiti patrimoniali
mobiliari ed immobiliari (tenuto conto di tutti gli oneri “lato sensu” imposti e del costo della vita nel luogo di
residenza dell’ex coniuge richiedente), della capacità e possibilità effettive di lavoro personale (in relazione
alla salute, all’età, al sesso e al mercato del lavoro dipendente o autonomo), della stabile disponibilità di una
casa di abitazione. Alle condizioni reddituali dell’altro coniuge – unitamente agli altri elementi, di primario
rilievo, indicati dalla norma («condizioni dei coniugi», «ragioni della decisione», «contributo personale ed
economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di
quello comune», «reddito di entrambi»), da valutare tutti «anche in rapporto alla durata del matrimonio» – può
aversi riguardo solo nell’eventuale fase della quantificazione dell’assegno, alla quale è possibile accedere solo
nel caso in cui la fase dell’”an debeatur” si sia conclusa positivamente per il coniuge richiedente l’assegno.
(Nella specie, la S.C., in applicazione del suesposto criterio di indipendenza e autosufficienza economica ai fini
dell’attribuzione dell’assegno divorzile, ha cassato la sentenza di merito che aveva accolto la domanda sulla
base del “mero divario tra le retribuzioni delle parti” e dell’inadeguatezza dello stipendio percepito dal coniuge
richiedente “se raffrontato alla situazione economica in costanza di matrimonio”). Cassa con rinvio, CORTE
D’APPELLO PALERMO, 27/08/2015 Cassazione civile, sez. VI, 09/10/2017, n. 23602

SULLA PARZIALE MARCIA INDIETRO DI CASS. S.U. 11.07.18 N. 18287

La rivoluzionaria sentenza 11504/17 della I sezione necessitava di una conferma dalle Sezioni Unite, da più
voci sollecitata.
Sezioni Unite che si sono pronunziate con sentenza dell’11 luglio u.s., che non ha però per nulla semplificato la
materia.
In sostanza, le Sezioni Unite hanno rilevato che le sentenze c.dd. gemelle del 1990 avevano affermato
sostanzialmente il diritto del coniuge debole al mantenimento del tenore di vita coniugale; mentre la sentenza
c.d. Grilli (n. 11504/17) ha scisso il profilo attributivo da quello determinativo, valorizzando la sola funzione
assistenziale dell’assegno divorzile, e quindi escludendolo ove l’ex coniuge richiedente sia economicamente
autosufficiente.
Le Sezioni Unite consapevolmente scelgono una terza via.
Ossia divergono dalle sentenze del 1990 in quanto il mantenimento del tenore di vita cessa di esser oggetto del
diritto del coniuge debole.

Ma divergono anche dalla sentenza 11504/17 perché affermano che il profilo attributivo e determinativo non
sono più separati, ma “si coniugano nel c.d. criterio assistenziale – compensativo, entrambi finalizzati a
ristabilire l’equilibrio venuto meno col divorzio”.
In sostanza, se cade il diritto al mantenimento del tenore di vita, può comunque sussistere il diritto all’assegno
divorzile da parte dell’ex coniuge pure economicamente autosufficiente: ma solo se e in quanto egli abbia
apportato alla famiglia un’utilità.
Questo è quindi il nuovo principio di diritto:
“Ai sensi della l. n. 898/1970, art. 5, comma 6, dopo le modifiche introdotte con la l. n. 74/1987,
il riconoscimento dell'assegno di divorzio, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale ed in
pari misura compensativa e perequativa, richiede l'accertamento dell'inadeguatezza dei mezzi
o comunque dell'impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, attraverso l'applicazione
dei criteri di cui alla prima parte della norma i quali costituiscono il parametro di cui si deve
tenere conto per la relativa attribuzione e determinazione, ed in particolare, alla luce della
valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, in considerazione
del contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare e alla formazione del
patrimonio comune e personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del
matrimonio e all'età dell'avente diritto”.

Conclusioni:

 Le sezioni unite hanno evidenziato che, come emerge dai lavori preparatori, l’art. 5/6 L. 74/87
costituisce il prodotto di due contrapposte posizioni: da un lato il voler ridurre l’assegno alla
sua componente assistenziale (sì da doversi escludere l’assegno per l’ex coniuge già in
condizione di autonomamente godere di una esistenza libera e dignitosa); e dall’altro il voler
mantenere all’assegno divorzile funzione risarcitoria – indennitaria, per l’effetto
tendenzialmente mantenendosi il tenore di vita coniugale.
 L’interpretazione della norma cui alle sentenze gemelle delle S.U. del 1990 è stata in questo
secondo senso.
 Dopo quasi un trentennio, e precisamente con la sentenza 11504/17, la I sezione della Cassazione
ha ritenuto che –alla luce del nuovo costume sociale- più corretta fosse l’interpretazione della
norma nel senso della funzione assistenziale dell’assegno divorzile, escludendolo quindi per l’ex
coniuge autonomamente indipendente.
 Le sezioni unite con sentenza 12287/18 hanno mediato le due opposte interpretazioni, dicendo
che l’unica corretta è quella per cui non va scisso l’aspetto attributivo e determinativo dell’art.
5/6 L. 74/87, che si coniugano nel c.d. criterio assistenziale – compensativo. Per cui deve tendersi
ad equilibrarsi la situazione reddituale degli ex coniugi solo se l’ex coniuge debole dia prova di
aver concretamente contribuito alla conduzione della vita e al patrimonio familiare.

Conseguenze. Considerazioni de jure condendo.

 Le conseguenze del pronunciamento delle sezioni unite sono ovviamente che le questioni
sull’assegno divorzile –che la sentenza 11504/17 tendenzialmente azzerava- ricominciano a
prosperare: e gli avvocati siamo chiamati a provare il tenore di vita coniugale, e quale sia stato
l’apporto del coniuge richiedente alla vita e al patrimonio familiare, e quali chances di luminosa
carriera e quanti guadagni sono stati perduti per seguire la famiglia…
 Quanto alle cause pendenti, se ancora contestata è la misura dell’assegno divorzile, i nuovi
principi sono immediatamente applicabili.
 Se invece tra gli ex coniugi non pendono cause, può comunque l’ex coniuge che si ritiene onerato
di un assegno divorzile eccessivo domandarne la riduzione. Sul punto, va però ricordato che
l’art. 9, comma I, L. 898/70 prescrive: “Qualora sopravvengano giustificati motivi dopo la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, in camera di consiglio … può, su istanza di parte, disporre la revisione delle disposizioni … relative alla misura e alle modalità dei contributi da corrispondere ai sensi degli articoli 5 e 6…”
 E’ quindi necessario comprovare la sopravvenienza (dopo la sentenza modificanda) di
“giustificati motivi”: ovvero il decremento della situazione reddituale dell’onerato; o
l’incremento della situazione reddituale o patrimoniale dell’ex coniuge beneficiario dell’assegno.
E come quindi, anche alla luce dei nuovi principi cui a Cass. S.U. 18287/18, che subordinano
l’assegno divorzile alla prova positiva del contributo del coniuge richiedente alla vita e al
patrimonio familiare, vada annullato, o comunque ridotto l’assegno divorzile.
 In sostanza, le liti giudiziarie –scongiurate dalla sentenza 11504/17- tornano a crescere, mentre
all’evidenza l’interesse dei consociati è il contrario: ossia che si eviti che il matrimonio si
traduca in una rendita parassitaria, e pure si evitino cause asperrime con esiti incerti (anche
dipendendo dal bravo avvocato, e da un giudice più o meno sensibile a determinati temi, la
determinazione dell’assegno, essendo lo stesso ancorabile a tanti indici di difficile prova).
 In definitiva, ci pare che a seguito dell’intervento delle Sezioni Unite nessuna altra diversa
interpretazione possa darsi all’art. 5/6 L. 74/87, e che pure i matrimoni contratti sulla base dello
stesso articolo possano dirsi affidanti i coniugi sulla sua interpretazione siccome legittimante un
assegno divorzile con valenza assistenziale – compensativa.
 Bene però vedremmo una modifica dell’art, 5/6 L. 74/87, magari applicabile solo ai matrimoni
contratti dopo l’entrata in vigore della legge, che oggi recita:
(Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il
tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo
personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio
di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in
rapporto alla durata del matrimonio, dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare
periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque
non può procurarseli per ragioni oggettive).
in questo senso:
“Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio,
il tribunale, accertata la sussistenza delle condizioni di legge per il riconoscimento del diritto, –
ossia la mancanza da parte del richiedente di mezzi adeguati, e l’impossibilità di procurarseli per
ragioni obiettive, con esclusivo riferimento all’autosufficienza economica del medesimo, che è
onerato della prova relativa, nonché ad indici quali il possesso, da parte sua, di redditi di qualsiasi
specie, di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari, tenuto conto degli eventuali oneri relativi e
del costo della vita nel luogo di residenza, delle capacità e possibilità effettive di lavoro personale,
in relazione ad età, salute, sesso, mercato del lavoro, della stabile disponibilità di una casa di
abitazione- può disporre, anche tenendo conto della durata del matrimonio, l’obbligo per un
coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno che riduca lo squilibrio
reddituale”.
Nell’occasione, potrebbe l’illuminato Legislatore, nell’auspicabile anelito di eliminare tante dolorose
cause (che danneggiano sia i coniugi che la macchina della Giustizia), permettere i patti
prematrimoniali, onde ognuno sappia prima cosa gli può spettare dopo.
Magari gli aspiranti coniugi spenderanno qualcosa in avvocati prima del matrimonio, ma li
risparmieranno dopo, quando magari non ci sarà più niente da fare…

Avvocato Dario Seminara

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